L’anno prossimo, Casa famiglia “Casa Sirio” compirà trent’anni. Gestita dalla cooperativa sociale “Il Raggio”, la struttura residenziale che si trova a Roma, nell’attuale III Municipio, nasce infatti nel settembre 1997: quando erano davvero in pochi a immaginare percorsi di vita adulta per le persone con disabilità. Oggi è una casa che è cresciuta con chi la abita, dove la convivenza è stata costruita giorno dopo giorno e dove l’autonomia e la maturità delle persone adulte con disabilità non sono principi astratti, ma un percorso che segue chi vive nella struttura nelle diverse fasi della vita. In casa famiglia ci abitano Nadia, 60 anni a novembre, Ivana, 66 anni, Maurizio 60, Luciano, 70, Sergio 72, e fino a poco tempo fa anche Dario che, per questioni di salute, è stato trasferito in una RSA. Attualmente vi sono altri due posti autorizzati e accreditati, ma non finanziati dal Comune, nonostante una domanda che sul territorio continua a emergere. Ma non c’è solo Casa Sirio: “Il Raggio” sta lavorando anche sul “Dopo di Noi”: sullo stesso pianerottolo della casa famiglia, c’è un appartamento dove vivranno quattro persone adulte con disabilità. È un gruppo che si sta formando adesso, con gli stessi tempi e la stessa cura che Casa Sirio ha sempre messo nella costruzione della convivenza.
Giorgio Russo, presidente della cooperativa, ripercorre il lavoro di questi anni: “Abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere le persone con disabilità nel loro percorso di vita, tutelandole e assistendole con interventi sociali ed educativi, modulati sull’evolversi delle loro condizioni, sempre nel rispetto delle loro esigenze e aspettative”. Poi aggiunge: “Non vogliamo sostituirci alle famiglie d’origine, anzi la famiglia, se ancora presente – e non sempre lo è ancora – è una parte importante del progetto”. L’autonomia, però, non è una linea retta. Fino a qualche anno fa, gli ospiti uscivano da soli, prendevano l’autobus, avevano punti di riferimento nel quartiere. Poi sono arrivati l’invecchiamento, le cadute, la fragilità fisica. “Oggi si esce accompagnati”, dice Giorgio. “Lo hanno accettato. Si sentono più sicuri. Ma l’autonomia non si toglie: si adatta. Se blocchi tutto al primo problema, perdi anche l’autostima”.
La convivenza poi è un equilibrio, che richiede tempo e attenzione. “Formare un gruppo è difficile”, spiega. “Servono persone che riescano a convivere e a stimolarsi a vicenda”. Il lutto di due anni fa, la scomparsa di Paola, ha segnato profondamente la Casa: la sua assenza ha cambiato dinamiche, abitudini, ritmi. L’ingresso della nuova ospite è stato pensato anche per ritrovare un equilibrio interno, senza forzature. “La convivenza non è mai scontata. Si costruisce”.

Rocchina Pacella, responsabile della Casa, racconta anche il lavoro dell’équipe. In Casa Sirio gli operatori sono nove: un gruppo che va accompagnato, costruito nel tempo insieme agli ospiti. “La solitudine del ruolo la senti nelle decisioni”, dice. “Gli operatori rimandano a te, ed è giusto: sono nove caratteri diversi, e devi mediare, tenere insieme tutto”. Il ricordo del Covid è ancora nitido da queste parti: “Con la pandemia abbiamo rinunciato a una parte della nostra vita per proteggere loro. È stato un momento molto forte di vita da parte di tutto il gruppo, ospiti e operatori”. Poi ci sono le famiglie: “Non tutte si affidano fino in fondo. Serve mediazione, pazienza, esperienza”.
Per Giorgio Russo, il futuro passa da una parola semplice: comunità. “Serve una società più inclusiva”, dice. “Bisogna tornare a essere comunità, lavorare ulteriormente con il territorio, le Istituzioni, ma anche con le scuole e le università. Occorre parlare di sociale”. Giorgio parla anche di “paura”: è quella che molte famiglie vivono quando si avvicinano a una casa famiglia: il timore di “lasciare” il proprio caro, di fare un passo che somiglia a un abbandono. Ma non è così. Una casa famiglia non sostituisce la famiglia: la affianca. È un percorso condiviso. “Lavoriamo con la persona, con la famiglia, con gli amministratori di sostegno, con i tutori, con le istituzioni territoriali”, spiega. “È un’alleanza educativa”. I progetti individuali vengono firmati da tutti, anche dalle persone con disabilità: è un impegno di adultità, un modo per riconoscere che la loro voce conta.
Il Raggio è parte di Casa al Plurale da anni. “L’unione fa la forza”, dice Giorgio. “Da soli non si va da nessuna parte. Casa al Plurale riesce a dare voce ai nostri bisogni, a comunicarli meglio”. Rocchina parteciperà anche al percorso per la co-creazione di un Manifesto dell’educazione e della cura, promosso da Casa al Plurale, che partirà tra poche settimane: “Avere uno spazio di confronto è necessario. Io lo dico sempre: finché c’è motivazione, farò questo lavoro. La vocazione serve, certo, ma resta un lavoro e, se non stai attento, rischi di arrivare facilmente al burnout”. Quando sto per andare via, la casa si riempie. Ivana e Nadia rientrano dall’equitazione: sono stanche, ma soddisfatte. Maurizio torna dal corso teatrale: è un po’ triste, forse ancora dolorante per una caduta della notte precedente. Gli chiedo se vuole un abbraccio, accetta, e dopo mi mostra le foto della fidanzata che vive a Zagarolo. È ora di pranzo: c’è pasta e ceci. (Carmela Cioffi)

