Telecamere negli asili e nei centri di cura: le riflessioni di Casa al Plurale

Abbiamo deciso di pubblicare la riflessione di Mario Paolini, pedagogista e formatore, sull’emendamento, approvato nei giorni scorsi, riguardante l’installazione delle videocamere nei luoghi che ospitano bambini, anziani e persone con disabilità. Con l’obiettivo di raccogliere un pensiero collettivo e attivare un dibattito tra gli Associati di Casa al Plurale: in fondo, questo è lo scopo del nostro stare assieme: produrre pensiero!

Non nel mio nome 

Scrivo sperando, a voce alta, che qualcosa esca dal silenzio. Mi scuso se non riuscirò a essere chiaro, ma sono turbato.

Qui il link da cui si accede al disegno di legge inserito nel decreto “sblocca cantieri” (già qui ci si dovrebbe rizzare il pelo) con cui passa al Senato la proposta di installare videocamere di sorveglianza negli asili e nei servizi per persone fragili.

Vi invito a leggere questa proposta, che in me suscita sdegno e disgusto per i toni sprezzanti nei confronti delle persone che lavorano nella relazione di aiuto, per l’assoluta ignoranza e arroganza che traspare, per la prospettiva fascistizzante malcelata nelle parole, nei numeri e nei collegamenti.

Consapevole della parzialità dei miei argomenti, ribadisco la mia opinione già molte volte espressa: installare telecamere di sorveglianza nei servizi e nelle scuole è inutile e umiliante.

Una premessa: ritengo che la sottovalutazione di qualsiasi episodio di violenza, abuso, intolleranza, o qualsiasi altra cosa che faccia venir meno la dignità della persona, sia inconsentibile. Faccio mie le parole con cui si apre la costituzione del popolo tedesco scritta dopo l’olocausto: “la dignità dell’uomo è intangibile”.

Espongo le mie ragioni, ma chiedo prima a chi non l’abbia fatto di leggere il provvedimento al Senato.

Sostengo che è inutile citando un docufilm di qualche anno fa: “87 ore” di Costanza Quattriglio del 2015 (disponibile su Raiplay) che racconta la morte di Francesco Mastrogiovanni in un reparto psichiatrico in ospedale, film interamente girato con immagini dalle telecamere interne. Non quelle nascoste dai carabinieri dopo una segnalazione ma quelle del reparto, ben in vista: medici e infermieri agivano come sempre e a nulla valeva la presenza delle telecamere per ri-umanizzare l’intervento di cura, ma non è neppure servito molto ad avere certezza della pena visto come è finita la vicenda.

Dire invece perché è umiliante probabilmente mi sarebbe più facile, ma allo stesso tempo lascio ad altri, a voi, il modo per dirlo, perché quel provvedimento mi risulta così umiliante da togliermi le parole.

Ho appreso dal comunicato stampa della Fish, che riprendo più avanti, che i fondi per l’attuazione del provvedimento saranno presi dalla scuola e dalla sanità e destinati al Ministero dell’interno. Sottrarre fondi alla scuola e alla salute per darli alla sicurezza è il modo di pensare e di agire delle dittature fasciste. Mi sono già più volte occupato del tema degli abusi e delle violenze verso le persone fragili, a partire da ciò che ho fatto e faccio per far conoscere la vicenda dello sterminio delle persone disabili e malate di mente sotto il nazismo, credo quindi di avere qualche motivo per dire ciò che penso. Altri autori, ben più importanti e autorevoli di me lo hanno fatto e lo fanno, ben sapendo che non è facile ma che quando lo si fa sempre si incontrano persone che capiscono, ringraziano e si schierano dalla parte giusta.

Il provvedimento espone una pseudo-rassicurante caccia alla mela guasta; credo che nessuno di quelli che lo hanno scritto abbia passato un’ora in un nucleo per persone anziane con Alzheimer, o in una classe con bambini con disturbi del comportamento, o in altri luoghi che per brevità non cito: ma quelli che in classe ci sono, nei turni faticosi in relazioni di cura estenuanti, quelli che si occupano della formazione di queste persone, dalle aule per operatori malpagati a quelle universitarie dove si formano insegnanti e professionisti, o le cooperative che si sbattono per arrivare a stare a galla, cosa dicono? A loro cosa diciamo?

Un conto è riflettere sul rischio segregazione, sulla realtà di abusi e le violenze che ci sono e vanno contrastati, altro conto è separare tale riflessione dal rischio di disumanizzazione nei rapporti interpersonali che sempre più sta diventando normale quotidianità. Ecco che invece di contaminarsi nella costruzione di ambienti capaci di affrontare le complessità si punta alla punizione e alla repressione dell’ultimo: il decreto nulla dice, solo per fare un esempio sulla corresponsabilità verso chi, indicendo gare al massimo ribasso, facilita la costruzione di condizioni inumane.

Mi sembra che un provvedimento del genere sia lo specchio di un paese malato di paura e alimentato da ignoranza, forse il più grave problema del nostro paese.

Mi sembra urgente e importante confrontare, conoscere, le ragioni di chi sostiene le telecamere e di chi no. Come operatore e come formatore di operatori, di insegnanti, di familiari, credo che la questione sia un’altra e stia soprattutto dentro la scomodità dell’approccio inclusivo che in sostanza dice che ci dovremmo occupare del civismo e dei diritti per tutti, mentre nei fatti ci fa comodo affidare i servizi, o i ragazzini disabili a scuola, a qualcuno che deve essere moralmente meglio di me, ma senza coinvolgermi e contemporaneamente riservandomi lo spazio per indignarmi.

Facciamo finta di non sapere che le cause ambientali sono fondamentali ed è lì che bisogna agire. Prima, non dopo.

Mi colpisce, forse sono io che non conosco?,il silenzio tra gli operatori, gli insegnanti, gli enti gestori che ha accompagnato questi mesi. I professionisti dove sono? I pedagogisti, gli psicologi, i docenti universitari? Io cosa ho fatto nei mesi scorsi? Ora cosa faccio/facciamo?  Penso sia importante, tanto, avviare una discussione, però fondata su dati ricerche e pluralità di visioni: qui sto esprimendo le mie.

Mi sconcerta osservare un comunicato stampa come quello della Fish  che sostanzialmente approva il provvedimento anche se già all’interno del movimento i distinguo si avvertono chiari. Ma, pur nel profondo rispetto delle posizioni di ciascuno, chiedo a voi e propongo a me di uscire dal silenzio che ha accompagnato i mesi passati in cui tale provvedimento ha lievitato ed ora si propone come un pane avvelenato. Come un pane, perché tocca elementi vitali verso i quali  a volte è complesso e facile reagire di istinto mentre è invece fondamentale applicare paziente e rigoroso conoscere, per fare un pane buono e non con le farine taroccate.

Chiedo rete, antenne che ripetono e amplificano il dibattito, occasioni di incontro per arrivare a tante persone, in particolare alla enorme maggioranza formata da quelli non coinvolti, che forse (?) pensano e decidono con la pancia e non con la conoscenza. Chiedo ai centri di documentazione e a chi può di fare lo sforzo di raccogliere tutto ciò che si è detto e scritto sul tema e poi a tutti noi, a me per primo, di essere umile, testarda, antenna (orientata).

Mi reputo comunque una persona ottimista; come voi a cui scrivo, mi piace affrontare problemi pensando a come risolverli e non al dubbio se sia possibile, ma ora sono un po’ in crisi; temo che il provvedimento faciliterà il compito a chi vuol razionalizzare le spese e potrà sostenere che se diminuiamo le location aumentandone la capienza faremo meno fatica a controllare e si spenderà di meno. E poi, da quel che leggo nel provvedimento, la produzione e l’installazione delle telecamere sarà anche un bel business: ci sono milioni di euro in ballo per questa cosa che reputo indecente, potrebbero sortire ben altri effetti se spesi diversamente.

Sono un po’ scoraggiato ma non consentirò mai che nel mio nome passino provvedimenti del genere e dunque mi schiero in direzione ostinata e contraria rispetto al provvedimento in fase di definizione.

Ne parliamo?

Mario Paolini

 
 

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