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Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia, Casa al Plurale: servono passi in avanti per la tutela dei bambini disabili e abbandonati

Marco Bellavitis: “Chiediamo norme anche sperimentali in grado, allo stesso tempo, di garantire il diritto del minore all’accoglienza e di prevedere la copertura dei maggiori oneri che ne conseguono”.

L’ultima richiesta arrivata, in ordine di tempo, di accoglienza in casa famiglia è per Giuseppe (nome di fantasia), minore con disabilità e in stato di abbandono, che si trova in uno ospedale romano da 10 mesi, anche se sarebbero stati sufficienti 3 mesi per le dimissioni. Crediamo che anche Giuseppe abbia il diritto di essere accolto e accudito con l’attenzione che viene dedicata all’interno di una casa a dimensione familiare.

Perciò il 20 novembre, Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, non sia un momento soltanto di celebrazione, ma una concreta occasione per proseguire sulla strada della piena attuazione dei diritti dei minori, compresi i diritti dei bambini con disabilità e al di fuori della famiglia d’origine, forse i più vulnerabili tra i vulnerabili.

giornata-per-i-diritti-dellinfanziaPartendo dal lavoro che fa ogni giorno, è questo l’auspicio di Casa al Plurale, il Coordinamento delle case famiglia per persone con disabilità, minori in difficoltà e donne con bambino a rischio a Roma e nel Lazio, in occasione della “Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” che ricorre domani e che celebra l’anniversario dell’adozione della Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia. Nel Lazio ci sono oltre 240 bambini e adolescenti con disabilità e fuori dalle proprie famiglie d’origine e sono almeno 70 quelli la cui disabilità è connotata da elevata complessità assistenziale.

Se dal punto di vista della legge e del cuore è fuori dubbio che questi bambini, nel momento in cui non accedono all’adozione o all’affido familiare, vanno accolti in case famiglia autorizzate ad operare come strutture socio assistenziali, di fatto, nella realtà quotidiana, all’interno della Regione Lazio, non è riconosciuto pienamente il valore di questa forma così specifica e insostituibile dell’accoglienza per dei bambini che hanno, come gli altri, il diritto di vivere e crescere in famiglia, amati ed accuditi.

Nella Regione Lazio sono stati fatti grandi passi in avanti, con le recenti modifiche normative (Legge regionale n. 11 del 10/08/16 Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali della Regione Lazio), ma è ora necessario superare la storica ed errata scissione fra sociale e sanitario e individuare così le modifiche ai requisiti di accreditamento delle strutture di accoglienza. I bambini di cui si parla hanno esigenze sociali e sanitarie ed hanno diritto di vivere in un ambiente familiare: si tratta, perciò, di normare questi diritti e renderli esigibili, come accade in tante regioni italiane come la Lombardia e l’Emilia Romagna.

Abbiamo riscontrato disponibilità al confronto da parte della neonata direzione regionale per realizzare l’integrazione sociosanitaria della Regione Lazio – dichiara Marco Bellavitis, responsabile de L’Accoglienza Onlus e Consigliere dell’Associazione Casa al Plurale. Ora chiediamo che vengano disposte norme transitorie, anche a carattere sperimentale, in grado di congiungere il diritto primario dei minorenni ad essere accolti in strutture comunitarie socio assistenziali di tipo familiare con i maggiori costi gestionali e assistenziali che ne conseguono. Si tratta di oneri ineliminabili e incomprimibili, indipendentemente dalle prestazioni territoriali domiciliari integrative che le ASL competenti potrebbero disporre a favore dei minorenni accolti.

altalene-bimbi-disabiliAccogliere bambini disabili gravi in una casa famiglia  – dove l’affettività, l’intimità, le cure personalissime da parte di operatori professionali creano quell’ “aria di casa” evidenziata anche dalle Convenzioni internazionali –  è possibile e auspicabile: lo dimostra l’esperienza ventennale della Cooperativa sociale “L’Accoglienza Onlus” , una delle 54 realtà di “Casa al Plurale” e che gestisce 3 case famiglia socio-assistenzali per minori con disabilità e in stato di abbandono.

Spesso, invece, i bambini con disabilità e senza famiglia restano in ospedale per mesi e mesi, anche se potrebbero essere dimessi, con ripercussioni negative sia sugli stessi bambini sia sulle finanze pubbliche, dati i costi di ricovero ospedalieri molto più elevati rispetto a quelli delle case famiglia socio-assistenziali.

Si unisce all’appello di Casa al Plurale anche FISH – la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – : “Garantire servizi adeguati alle esigenze dei minori con disabilità – spiega Daniele Stavolo, Presidente della Fish Lazio –  è un onere morale di fronte al quale una Società civile non può mostrarsi disattenta e impreparata. La celebrazione di questa Giornata ci offre l’opportunità di ribadire con forza la necessità di adottare politiche realmente inclusive per le persone più vulnerabili di fronte alla carenza di servizi essenziali, ragionando nell’ottica di agevolare percorsi di autonomia possibili. Realizzare tali obiettivi significa valorizzare le risorse dei bambini e ragazzi con disabilità, attraverso la creazione di una rete di sostegno fortemente integrata, investimenti mirati e la predisposizione di programmi strutturati e personalizzati”.

Ufficio Stampa Casa al Plurale

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Laura Baldassarre, Casa al Plurale: “E’ il momento di costruire una vera capitale dell’accoglienza”

baldassarreA Laura Baldassarre vanno i nostri auguri di buon lavoro e l’auspicio di poter presto incontrarci, magari proprio in casa famiglia, per ragionare insieme del benessere e del futuro delle persone con disabilità, minori e donne in difficoltà”, ha dichiarato, in merito alla nomina di Laura Baldassarre ad Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma Capitale, Luigi Vittorio Berliri, presidente di Casa al Plurale, il Coordinamento a cui aderiscono 29 organizzazioni che gestiscono strutture e progetti di solidarietà, innovazione e integrazione sociale nel Lazio e sono 52 le case famiglia che rappresenta.
Infatti non è più possibile indugiare, vanno attuate politiche in favore delle persone più fragili della città e, a tal proposito, il Coordinamento intende portare subito all’attenzione della nuova Assessora la difficilissima situazione che stanno attraversando le case famiglia a Roma e nel Lazio in questi anni.

Roma è da ricostruire ed è una impresa che si fa assieme a quella parte di città onesta, attenta e che intende per “fare comunità” quella capacità di dare risposte a tutti, a partire dai cittadini più fragili”, ha concluso il presidente di Casa al Plurale, Luigi Vittorio Berliri. Ma è possibile dare risposte concrete solo se si entra nel merito dei problemi: il Comune di Roma attualmente stanzia per le case famiglia la metà di quel che servirebbe, come si può rilevare dallo “Studio sui costi standard delle comunità di accoglienza” realizzato da Casa al Plurale con il patrocinio del Comune. Per le persone con disabilità il Comune di Roma stanza 15 milioni di euro, mentre quello di Torino 60 milioni. Al momento a Roma ci sono 400 persone in lista di attesa. A Torino nessuno.

Inoltre, se dovessimo usare solo i soldi stanziati dal Comune, un operatore sociale guadagnerebbe 3,86 euro netti per ogni ora lavorata. Per non parlare delle rette per i minori: in questo caso, il compenso sarebbe pari a 1,54€. A queste condizioni, solo i potenti e i mafiosi possono essere “competitivi”! Ripartiamo, invece, dai cittadini solidali e onesti che si mettono a servizio di quelli più fragili.

Ufficio Stampa Casa al Plurale

Carmela Cioffi 3381090669

 

Le domande di Casa al Plurale ai candidati Raggi e Giachetti

campidoglio_FGOK22A poche ore dal ballottaggio a Sindaco di Roma, il Coordinamento delle case famiglia per persone con disabilità, minori in difficoltà e donne con bambino in situazioni di grave fragilità sociale, Casa al Plurale, prova a spostare la discussione da Olimpiadi sì o Olimpiadi no e lancia cinque domande last minute ai candidati Virginia Raggi e Roberto Giachetti.

RETTE INADEGUATE E RISCHIO CHIUSURA. Il Comune di Roma attualmente stanzia per le case famiglia la metà di quel che serve: abbiamo realizzato e pubblicato su lo “Studio sui costi standard delle comunità di accoglienza”. Per le persone con disabilità il Comune di Roma stanza 15 milioni di euro, mentre quello di Torino 60 milioni. Al momento a Roma ci sono 400 persone in lista di attesa. A Torino nessuno. Inoltre, se dovessimo usare solo i soldi stanziati dal Comune, un operatore sociale guadagnerebbe 3,86 euro netti per ogni ora lavorata. Per non parlare delle rette per i minori: in questo caso, il compenso sarebbe pari a 1,54€. A queste condizioni, solo i potenti e i mafiosi possono essere “competitivi”!

Cosa intendete fare per risolvere il problema della scarsità di fondi e scongiurare il conseguente rischio chiusura delle strutture romane che accolgono 380 persone con disabilità e oltre mille minori e decine di donne con bambino in difficoltà?

INTEGRAZIONE SOCIOSANITARIA. E’ fondamentale un intervento congiunto sociale e sanitario: mettere assieme le risorse e ricomprendere, nei livelli essenziali di assistenza, le case famiglia. Diciamo con forza NO alla sanitizzazione del trattamento e, con ancora più forza, diciamo NO all’ipotesi di aprire nuovi “casermoni” o RSA (residenze sanitarie assistenziali). Non sono, di certo, la risposta per una vita dignitosa delle persone!

Che ne pensano i candidati, quanto ancora dovremo aspettare per rimettere al centro la dignità della persona e individuare un sistema allargato di governo con soggetti pubblici, privati e sociali?

PROGETTI PERSONALIZZATI. Vorremmo progetti diversi per ogni persona, con definizione del budget personalizzato su ciascuno. Questo determinerebbe un grosso risparmio economico e rappresenterebbe il modo più corretto di spendere le risorse pubbliche.

Quest’approccio si traduce anche in tantissimo lavoro da parte delle istituzioni, il Comune di Roma è pronto a questa rivoluzione copernicana?

DIRITTO ALLA FELICITA’. Handicap non vuol dire malattia o necessità di interventi sanitari. E viceversa, la salute, intesa come benessere della persona, passa attraverso azioni sociali, come appunto l’“abitare”, tassello fondamentale di una vita anche felice. Domenica papa Francesco ha detto: “Si ritiene che una persona malata o disabile non possa essere felice, […] In alcuni casi, addirittura, si sostiene che è meglio sbarazzarsene quanto prima, perché diventano un peso economico insostenibile in un tempo di crisi[…]. Il mondo non diventa migliore perché composto soltanto da persone apparentemente ‘perfette’, ma quando crescono la solidarietà tra gli esseri umani”l

Voi cosa ne pensate, vi sentite pronti ad essere responsabili della felicità di chi è più fragile? Anche se quella felicità ha un ”costo”?

RESPONSABILITÀ. Il Sindaco è responsabile dei sui concittadini, in particolare di quelli più fragili. Dei minori abbandonati, poi, è responsabile anche secondo la legge. Noi accogliamo queste persone in nome e per conto del Sindaco. Siamo favorevoli all’affido e all’autonomia, ma non è cosi per tutti: non tutti i ragazzi possono andare in affido – ne accogliamo tanti rifiutati da tutti – e così pure per le persone con disabilità – non tutti sono autonomi o potrebbero vivere a casa propria -. Occorrono risposte diverse per persone diverse. I volti dei bambini, dei ragazzi e delle persone con disabilità che vivono nelle nostre case famiglia ci chiamano a una responsabilità irrecusabile: non possiamo voltarci da una altra parte. Ma quella responsabilità è del Sindaco!

Il futuro Sindaco di Roma sarà a fianco di questi suoi concittadini e di chi li rappresenta nei prossimi 5 anni, sentendosi fino alla fine “responsabile”?

Ufficio Stampa Casa al Plurale

Carmela Cioffi 3381090669

 

Né santi, né eroi ma nemmeno ladri: case famiglia, tanti luoghi comuni.

Gentile Prefetto Tronca, Sub Commissario Vaccaro,

sono il Presidente di Casa al plurale, coordinamento di 80 comunità dove lavorano oltre 400 operatori per dare accoglienza a 400 persone con disabilità e circa 1000 minori in difficoltà, e le scrivo a nome delle tante case famiglia di Roma per chiederle una parola di conforto e di condivisione. E, soprattutto, un distinguo.

Chi opera nel sociale per anni è stato erroneamente considerato un “santo” o un “eroe”. Adesso, invece, viene additato come un ladro e un violento. Noi ci dissociamo dalle immagini viste in televisione di bambini che si prostituiscono a Termini, di case famiglia lager, giustamente chiuse. Crediamo che la qualità si faccia in modo diverso. Con educatori che sanno dire parole di tenerezza e di fermezza. Che siano supervisionati, e crediamo che la qualità abbia un costo e che debba essere monitorata.

Ci dica che è con noi, faccia sentire a ciascun educatore onesto, agli operatori che si rompono la schiena sempre con il sorriso, che è lì a nome e per conto della città. Gli dica grazie, uno per uno, perché la cura della città inizia dai più fragili. Ci dica parole “pasquali”. Non ci lasci soli. Indichi con chiarezza le azioni da fare a tutela dei più fragili, anche a chi verrà dopo di Lei e del subcommissario Vaccaro.

 Né santi, né eroi. Ma nemmeno ladri: case famiglia e dintorni.

Fino a due anni fa chiunque si occupava di “sociale” era dipinto come un santo. Un super eroe. Adesso è un ladro (Mafia Capitale docet), uno stupratore di bambini, un picchiatore di disabili, un educatore talmente distratto da non accorgersi che i suoi ragazzi vanno a vendersi alla stazione Termini di Roma. (Mi riferisco ai servizi come quelli di “Presa Diretta” del 26 gennaio 2015 e poi delle Iene del 21 marzo 2016).

Non tollero chi generalizza, chi non fa i nomi, chi non entra nel merito. E mi piacerebbe aprire una discussione franca, serena dentro al nostro mondo. Per stigmatizzare e allontanare chi non gestisce i servizi come si dovrebbe, chi non controlla. Per allontanare “senza se e senza ma” quegli operatori violenti, cattivi. Anzi aggiungo: al di là del reato penale, se non hai una buona dose di tenerezza, amico mio, non sei portato per questo lavoro!

Le case famiglia per bambini e ragazzi

Troppi i luoghi comuni: per esempio non è vero che i bambini vengono tolti a famiglie modello e “bastava dare i soldi alla famiglia”. No, non è così. Ma nessuno di noi, mai, vi verrà a raccontare che quel bambino accolto è vittima di abusi e violenze proprio dal padre, dalla madre, dal fratello. Le storie sono complesse, difficili. E il primo che tuteliamo è quel bambino che viene da noi!

Non ci troverete in tv a fare i nomi dei nostri ragazzi e bambini e a raccontarvi le loro storie più intime. E, quando a farlo sono giornalisti e genitori, inorridiamo. Non si risolvono in tv certi drammi. E siccome le storie sono complesse, ci può essere l’errore di valutazione, l’assistente sociale che sbaglia, il giudice che non ha elementi per decidere, l’abbaglio. Può succedere. Ma non dovrebbe e quando accade va condannato.

Secondo luogo comune: “Se li tengono in casa famiglia invece che farli adottare”. Non è così semplice. Di certo, se ci fossero molte più famiglie affidatarie (oltre che adottive) disponibili anche per i bambini grandi e difficili, molti di loro potrebbero uscire… non tutti. Ma, invece, siamo tutti col dito, o meglio il telecomando, puntato, ma nessuno che dica “Sai che c’è? Ne prendo io uno a casa con me”.

Terzo luogo comune: “queste case famiglia prendono un sacco di soldi, chissà che ci fanno”. A questo rispondo con forza: ci fanno ben poco, perché pagare il giusto il lavoro di due educatori professionali 24 ore su 24, 365 giorni l’anno ha un costo! (Per la precisione, solo per i loro stipendi servirebbero 128 euro al giorno, e non gli attuali 70), poi c’è una casa da gestire, persone da far mangiare e far mangiare bene, affitti da pagare, luce telefono gas, insomma una casa, ma per otto persone. Per cui, per far funzionare tutto e bene, di euro ne servirebbero 174, e non 70! Vi invito a leggere il rapporto che abbiamo pubblicato “Quanto costa una casa famiglia?

Quarto luogo comune: “nessuno li segue” e chissà cosa fanno (mi riferisco al servizio delle Iene, dove intervistavano i ragazzi che si prostituiscono a Termini). E io rispondo: per prima cosa, ma possibile che nessuno si sia indignato contro quegli adulti schifosi e bavosi che vanno con i bambini? Ci vorrebbe un attimo per arrestarli e lasciarli in galera tutti gli anni che servono fino alla totale impotenza. (due telecamere nel bagno, e due poliziotti in borghese pronti a fermarli un attimo prima). Detto questo, non fare i nomi delle case famiglia nel servizio lascia lo spettatore nel dubbio e nella generalizzazione.

Un bravo educatore si accorge se un ragazzino fa soldi facile, se non torna a casa in orario, se frequenta giri strani. Hanno ragione le iene a indignarsi. (Ma non a generalizzare!) in realtà qui entrano in gioco altre dinamiche, molto complesse ma che dobbiamo dirci. Dobbiamo dirci del fallimento del nostro lavoro: non siamo supereroi, non facciamo miracoli. Alle volte ce la mettiamo tutta, e i ragazzi che passando da noi diventano pasticceri famosi, giardinieri coraggiosi, lavoratori onesti. Ma non tutti ce la fanno. E i soldi facili attirano tutti. Italiani e stranieri. E fare i conti col fallimento del proprio lavoro è dura, durissima. Ma le storie dobbiamo raccontarcele tutte. Condannando chi lavora male e comprendendo la complessità.

Quinto luogo comune: “tornassero a casa loro gli stranieri” o “levano il lavoro agli italiani”. Si perché quando poi le storie sono belle e di successo (come quella di Hilal che da un articolo sulla Stampa è finito su Rai1, sul Times di Londra e su mille altri giornali e mentre sto scrivendo su RadioUno Rai) ecco a loro vorrei sommessamente ricordare che siamo in uno Stato con delle regole precise e belle: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge” (Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 10).

E ancora, servono, come il pane, strumenti di salvaguardia. Riunioni, formazione,supervisione, scambio tra gli operatori. scambi di esperienze. (Già, ma con quali soldi?). È un lavoro che va raccontato. In cui la parola è forma, è sostanza della relazione. Tra colleghi e con i ragazzi.

Ecco insomma, sono questioni complesse, alle volte dolorose, su cui dire una parola che non sia di complessità è difficile. Questo è un lavoro che quando è fatto bene chiama in gioco la persona tutta intera, le sue emozioni, i suoi vissuti più intimi, in cui la relazione si gioca proprio lì e deve fare i conti, ogni giorno, con i propri mostri, con le proprie “parti oscure” e fragili. Perché questo lavoro “non è come stare alla cassa del supermercato” (cit.) e ciascuno di noi ha una parte oscura – è famoso l’esperimento di Milgram: oltre il 60% delle persone che fecero quell’esperimento hanno somministrato scosse letali solo perché qualcuno glie lo ordinava. Persone per bene, di sani e solidi principi morali…-

E ancora mentre scrivo, le notizie si accumulano: hanno chiuso vicino Roma una casa famiglia, che maltrattava ragazzi (“Sigilli alla casa famiglia lager: 7 minori senza neanche le coperte”, titolano i giornali oggi). Ben vengano le chiusure e i controlli. Ma qualcuno ci spieghi come si fa a tenere in vita una casa famiglia senza prendersi anche la responsabilità di finanziarla. La qualità si paga.

All’Aquila venne giù un padiglione dell’ospedale. Si scoprì che invece che con il cemento armato, i pilastri erano fatti con la sabbia per risparmiare… ecco nel sociale vale lo stesso discorso. Le cose si fanno bene, si pagano il giusto e si controllano!

In nord Europa I controlli delle case famiglia sono affidati ai ragazzi neomaggiorenni appena usciti dalle strutture residenziali, accompagnati da un ispettore adulto. Ma chi meglio di loro sa fare le domande giuste sui maltrattamenti, sul cibo scadente, sulla capacità degli operatori? Mi pare una buona idea. Più attenzione significa più denari e meglio spesi. E più controlli.

Quanto mi piacerebbe sentire una parola chiara e definitiva da chi ha la responsabilità ultima: dal Comune di Roma. Come vorrei che facesse distinguo. Come vorrei che il commissario Tronca, e poi il Sindaco che verrà, si impegnasse a pagare il giusto e a “stracontrollare” tutti. Come vorrei che il dipartimento Politiche Sociali dicesse una parola chiara al Prefetto e alla città su come funzionano e come dovrebbero funzionare queste strutture… (su quanto costano:sono mesi che lo chiediamo.)

Violenze sulle persone con disabilità

Rifuggo da chi punta il dito giudicando e illudendosi “solo gli altri sono cattivi, da noi non accadrà mai”. No, potrebbe accadere, anche nelle “migliori famiglie”. E allora teniamo alta la guardia, osserviamo. Stamattina una persona con disabilità si è lamentata dell’autista del pulmino convenzionato con la ASL che la tratta male. Abbiamo pensato “inventa o dice il vero?”, allora un nostro operatore si è avvicinato per osservare meglio. Lei scende dal pulmino e fa le corna all’autista. Quello risponde: “sei una handicappata, te la faccio pagare, tu non sai chi sono io”. Ecco la nostra denuncia è partita. Mi aspetto dai sindacati nessuna difesa, per nessun motivo. Non c’è diritto al posto di lavoro che tenga, di fronte alla violenza, anche verbale. O no? Mi aspetto dalla ASL una presa di posizione ferma, irrevocabile. Perché le violenze possono essere subdole, ed è difficilissimo dire “io no”. Cosa fare dunque?

Concludo con un pensiero bello e profondo di Fabrizio Aphel, responsabile di una casa famiglia per persone con disabilità:

Penso che dove c’è fragilità (vedi bambini, disabili, anziani), la nostra parte ombra è tentata di prendere il sopravvento. È stato così con il nazismo, con i manicomi… E illuderci di essersi lasciati tutto ciò alle spalle senza confrontarsi realmente con noi stessi è un illusione pericolosa. Non mi stupirei se quell’educatore del Litta (il centro di Grottaferrata dove sono stati arrestate 4 persone per violenze, ndr) fosse un amorevole padre di famiglia che coltiva le rose nel suo giardino. Farne dei ‘mostri’ spesso è solo un modo per non vedere anche nelle profondità di se stessi.

Per esempio ridurre gli organici nel rapporto operatori/’utenti’ è un modo di creare stress, ridurre la relazione a contenimento è foriero di disumanizzazione. Formazione intesa come autoeducazione sarà sempre più necessaria se non vorremo trovarci a constatare degradi umani ogni dove. Le telecamere servono a denunciare non a impedire che l’uomo fallisca nella sua umanità.

Ed ecco di nuovo: risorse adeguate, controlli, umanità, qualità. Ecco il mio pensiero. Lungo e articolato. Altrimenti non poteva essere.

di Luigi Vittorio Berliri

 

Legge ‘Dopo di noi’: “Rimettiamo al centro le persone e i loro bisogni”

PER LA REGIONE LAZIO IN ARRIVO 9 MILIONI DI EURO: ORA INTEGRAZIONE SOCIOSANITARIA E ADEGUAMENTO RETTE

Quali forme prende, nella realtà quotidiana, l’integrazione per le persone con disabilità e la legge “sul dopo di noi”, appena approvata dalla Camera, dà una risposta anche alle problematiche del “durante” ?

Nel testo si prevede l’istituzione di un fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave e disabili privi del sostegno familiare e spetterà alle Regioni definire i criteri per l’erogazione dei finanziamenti e la verifica delle attività svolte.

Auspichiamo che l’integrazione passi attraverso strutture a dimensione familiare: non si pensi a ricreare vecchi istituti, ma si lavori su progetti personalizzati e budget di salute, su  gruppi di massimo sei persone in piccoli appartamenti. Rimettiamo al centro le persone e i loro bisogni e facciamo in modo che ciascuno, attraverso percorsi diversi, possa esprimersi al massimo ed essere messo nelle stesse condizioni di tutti.

Le case famiglia, per alcune situazioni, ma non per tutte, sono una bella risposta. In questo momento, però, senza i fondi necessari alla loro gestione, stentano a funzionare: con poche risorse si produce segregazione e non integrazione. Dieci persone con grave disabilità e due assistenti è nei fatti segregare, anche se costa meno. Allora cosa veramente vogliamo? Quanto costa una vera integrazione, che è rispetto della persona?”, commenta Luigi Vittorio Berliri, presidente di Casa al Plurale, Coordinamento delle case famiglia per persone con disabilità e minori di Roma e del Lazio.

“Dal Parlamento arriveranno nel Lazio circa 9 milioni di euro in più. Un primo piccolo passo. Ora ci aspettiamo: integrazione sociosanitaria, allineamento delle tariffe erogate alle case famiglia, apertura di tante case sparse per il quartiere. No ai casermoni o alle RSA (residenze sanitarie assistenziali). Handicap non vuol dire malattia o necessità di interventi sanitari. Viceversa, la salute, intesa come benessere della persona, passa attraverso azioni sociali, come appunto l’“abitare”, che permette alla persona una salute ottima e una vita anche felice”, conclude Berliri.

Ufficio Stampa Casa al Plurale

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